Arturo Toscanini, l’impeto e l’incanto

Arturo Toscanini, l’impeto e l’incanto

Il mio segreto è semplicissimo: consiste nel far eseguire la musica, nota per nota, quale fu scritta dall’autore.

Del grande direttore d’orchestra Arturo Toscanini ricordiamo il genio, ma anche il “Forbsòn”, il soprannome dialettale che si guadagnò per le critiche taglienti come forbici e il perfezionismo che si esprimeva in eclatante scenate d’ira rivolte ai suoi musicisti.

Non si trattava di snobismo: era l’ambizione di un visionario che voleva realizzare l’unicità del suono attraverso la dimensione collettiva dell’orchestra e il suo valore condiviso «Credeva che una rappresentazione non potesse essere artisticamente riuscita finché non si fosse stabilita un’unità di intenti».

Con l’affidamento della direzione del Teatro alla Scala di Milano a soli 31 anni, impose lo spegnimento delle luci di sala, rompendo la tradizione osservata fino a quel momento. Parimenti è proverbiale la sua intransigenza verso l’esecuzione di bis, gli ingressi tardivi e i cappelli indossati durante i concerti.

Ma al di là di ogni mania, fu soprattutto la modernità la cifra del suo glorioso modo di dirigere. Guidò dal podio ben venticinque prime mondiali. Ma soprattutto introdusse la fossa per l’orchestra e l’uso dell’illuminazione scenica per potenziare la rappresentazione, dando il via a una rivoluzione in cui il teatro non era più un ritrovo sociale, ma la sublimazione dell’ascolto musicale.

 

L’esordio, il “caratteraccio” e l’impegno civile

Arturo Toscanini nacque a Parma nel 1867 e studiò violoncello al Conservatorio. La carriera di direttore iniziò a soli 19 anni in Brasile: quella sera doveva andare in scena l’Aida. Il direttore si era dimesso e il suo sostituto, contestato dal pubblico, non riusciva nemmeno a dare l’attacco. In quel caos, un ragazzo minuto fu pregato di salvare le sorti della tournée e dopo alcuni tentativi di diniego inizio a dirigere l’orchestra. Diresse l’opera interamente a memoria. Fu un successo straordinario.

Gli Stati Uniti furono la sua seconda patria fino alla morte nel 1957. A New York diresse il Metropolitan e la Philarmonica e fondò la NBC Symphony Orchestra.

Tornò in Italia nel 1915 per seguire da vicino le vicende della guerra, anche se molti sostengono per allontanarsi da un’amante troppo pressante. Le relazioni con Toscanini, d’altronde, non furono per nulla semplici.

Difese sempre e con fierezza l’indipendenza dell’uomo e del musicista. Lo dimostrò rinunciando alla carica di senatore a vita il giorno dopo esserne stato insignito, nel 1949. E anche prima di allora, quando lasciò l’Italia alla promulgazione delle leggi razziali, che definì senza indugi “medievali”.

Figlio di un garibaldino, fu mosso dallo stesso impegno civile e morale del padre. Si rifiutò di dirigere la Turandot davanti a Mussolini. Negò a Bologna l’esecuzione di Giovinezza in apertura di concerto, e per questo subì un’aggressione da parte di squadre fasciste. Modificò persino l’Inno delle Nazioni di Verdi in chiave antifascista.

Solo terminata la guerra tornò in Italia per inaugurare con la sua direzione la riapertura della Scala dopo i bombardamenti.

I suoi valori di rigore e disciplina sono oggi d’ispirazione ai musicisti di tutto il mondo anche grazie alla Filarmonica dell’Emilia Romagna, IV orchestra italiana di cui Hera Comm è partner istituzionale. Una realtà prestigiosa che si esibisce in molti dei grandi teatri a livello nazionale e internazionale.

In cover, Arturo Toscanini (via pagina Facebook @libroparlatolions)