L’energia delle parole: quando una parola conserva storie

L’energia delle parole: quando una parola conserva storie

Che le parole esprimano una qualità energetica lo capiamo da cosa ci accade quando le sentiamo. Un’attenzione su cosa ci dice il corpo a seguito dell’emozione che si genera. Il contenuto energetico delle parole tuttavia consiste anche nella concentrazione delle storie che esse conservano.

I soprannomi, per es., sono un’antica abitudine popolare che fissa un’appartenenza individuale a una comunità e ne esprime il carattere. I soprannomi sono la soglia di una famigliarità e di una consuetudine che stringe relazioni interpersonali. E sono storie che raccontano realtà e vissuti con approccio ironico o descrittivo, paradossale o evidenziatore. I soprannomi tracciano anche una memoria propria del territorio.  Nel 2019, insieme all’ARCI di Reggio Emilia al fine di valorizzare la relazione col territorio abbiamo chiesto allo scrittore Paolo Nori di tenere un laboratorio di scrittura. Lui ci ha proposto come tema i soprannomi di Reggio Emilia. Ci spiega le ragioni in questa breve intervista.

Nella sua produzione letteraria, si è occupato spesso di storie legate al territorio, alle sue vicende e alle sue persone. Qual è secondo lei il valore culturale della raccolta e della divulgazione di queste storie?

Noi veniamo da una cultura municipale, io, che sono nato a Parma, quand’ero piccolo avevo l’impressione che le cose che esistevano veramente fossero solo quelle che succedevano a Parma; i parmigiani erano una comunità unita da una lingua (il dialetto parmigiano) che raccontava una tradizione millenaria. In questo contesto, proporsi di raccontare una città, in Italia, sia essa Parma, Reggio Emilia, Bologna, Livorno, Roma, Torino o Milano, mi sembra abbia senso, poi il valore culturale di un’operazione dipende dalla qualità di quell’operazione e qui, io, essendo coinvolto in prima persona, non posso giudicare. 

Perché i soprannomi?

I soprannomi mi sembra siano la testimonianza di una cultura popolare, non scritta, ufficiosa, orale, che credo sarebbe molto interessante mettere per iscritto, indagare. Ci sono dizionari dei nomi e dei cognomi d’Italia, ho l’impressione non ci siano ancora Dizionari dei soprannomi, l’operazione che abbiamo cominciato con il Repertorio dei soprannomi della città di Reggio Emilia è il primo passo in questa direzione.

Scrivere, raccontare, leggere. Ci mettiamo in relazione attraverso le parole. Che energia hanno le parole secondo lei? E come questa energia influisce sulla comunicazione fra le persone?

Quando mi hanno chiesto di fare un seminario sull’energia associata alle parole, ho pensato subito ai soprannomi, e in particolare a un facchino di Parma che, negli anni 20 del 900 tutti chiamavano Hosetedibaci, perché gliel’avevano sentito dire alla sua fidanzata. Quella frase incauta, per così dire, gli è rimasta attaccata per tutta la vita e noi, oggi, cento anni dopo, ne stiamo parlando ancora, senza averlo mai conosciuto. Quella battuta, quelle quattro parole «Ho sete di baci», hanno una vitalità straordinaria che ha qualcosa a che vedere con le frasi memorabili tramandate dalla letteratura vera e propria, scritta, d’autore.