Pollock e l’Action Painting: l’energia dell’arte

Pollock e l’Action Painting: l’energia dell’arte

Si può rappresentare l’energia in un dipinto? Ci è riuscito Jackson Pollock, visionario genio dell’espressionismo astratto americano. La sua pittura fondeva arte e movimento, tanto da essere definita dal critico Harold Rosenberg “action painting”. Insieme a Mark Rothko, Willem de Kooning e Franz Kline – noti come La Scuola di New York – Pollock ci ha lasciato la più ipnotica, trascendente e potente rappresentazione su tela dell’energia.

"L’artista moderno lavora per esprimere un mondo interiore.

In altri termini: esprime il movimento, l’energia e altre forze interiori."

È finita la seconda guerra mondiale, e il baricentro dell’arte si è spostato da Parigi a New York. Sono anni difficili e di transizione: il mondo corre veloce verso il boom economico e il capitalismo, ma nella Grande Mela un gruppo di artisti decide di non restare indifferente di fronte ai segni indelebili lasciati dal conflitto. Tra loro c’è Jackson Pollock, che si rifiuta di continuare dipingere al cavalletto fiori, nudi sdraiati e suonatori di violoncello come se nulla fosse accaduto e comincia a interpretare il nuovo spirito degli Stati Uniti, un Paese per lui in piena crisi morale, preda del caos. Nelle sue opere compare il lato oscuro, irrazionale e imprevedibile della natura umana, che si traduce in una pittura caratterizzata da una grande violenza gestuale e cromatica. Ne è l’esempio più grande il dripping, lo sgocciolamento dei colori sulla tela appoggiata al pavimento: una tecnica grazie a cui Pollock diventa un tutt’uno con lo stesso atto creativo. «Ho bisogno della resistenza di una superficie dura per dipingere. Sul pavimento sono più a mio agio. Mi sento più vicino, più parte del dipinto, perché in questo modo posso camminarci attorno, lavorare dai quattro lati ed essere letteralmente nel dipinto, in un turbine di energia e movimento resi visibili».

 

Jackson Pollock, “One: Number 31”, 1950. Via pagina Facebook @MuseumofModernArt

Tra il 1947 e il 1950 Pollock realizza tutti o quasi i suoi “drip paintings” più famosi, quelli che gli regalano la fama globale oltre che l’appoggio di Peggy Guggenheim. Giunto però al culmine della carriera, molla di colpo la sua tecnica rivoluzionaria, confermandosi “irascibile” proprio come lo aveva definito l’Herald Tribune a seguito di un episodio di protesta contro il Metropolitan Museum of Art, che aveva escluso lui e la Scuola di New York da un’importante mostra d’arte contemporanea. Pollock muore nel 1956, a soli 44 anni, in un incidente stradale causato dal suo stato di ebbrezza. Lo stesso anno, ironia della sorte, una retrospettiva al MoMa commemora il suo talento artistico e quell’azione pittorica che era riuscita a dare forma allenergia.