Un altro modo di vedere l'energia: quella che fa grande la sinfonia di un concerto

Un altro modo di vedere l'energia: quella che fa grande la sinfonia di un concerto

Avete mai pensato a tutti i modi in cui possiamo vedere l’energia? Ce ne sono moltissimi. Noi ci divertiamo a guardarli tutti, perché se alcune forme di energia ci supportano nelle attività quotidiane, altre, ci esplodono dentro e ci regalano esperienze esaltanti. È il caso della musica che ci arriva e ci elettrizza, soprattutto quando a suonarla sono musicisti che ammiriamo molto. Ma cosa hanno questi musicisti in più di altri, cosa ci mettono in più per creare quel clima assoluto che fonde chi suona con gli spettatori? È così in molte forme di arte e sempre è l’energia a fare la differenza.

Abbiamo interrogato in proposito Alberto Triola, Sovrintendente e direttore artistico della Fondazione Toscanini di Parma, che ci ha raccontato cose interessanti.

Quali sono le qualità di un direttore di orchestra che vanno considerate per valutarne la bravura? E che peso ha l’energia che riesce a investire nella sua conduzione?

Il direttore d’orchestra si presenta di fronte a un gruppo di musicisti, prima ancora che al pubblico, con un progetto nella testa. Un progetto naturalmente singolare, perché immateriale. Un progetto interpretativo che è rappresentato da una meta da raggiungere insieme ai musicisti. Il Direttore è dunque chiamato a tracciare nel modo più chiaro possibile – e utilizzando meno parole possibile e meno tempo possibile- la direzione del lavoro comune da fare per raggiungere la meta prefissata. Per questo si chiama direttore. Quanto più è chiara la meta e quanto più è chiara la direzione, tanto più incisivo sarà il lavoro del direttore con i musicisti. Le qualità di un direttore d’orchestra si valutano a partire dalla chiarezza, dall’efficacia della personalità, dalle caratteristiche di questo progetto e quindi della meta interpretativa che si è prefisso di raggiungere e dalla sua capacità di raggiungerla con lo strumento che ha a disposizione. Lo strumento in questione è fuori dal suo corpo e può disporne utilizzando tecniche varie e articolate, alcune delle quali sono naturalmente intrinseche al codice comune tra lui e l’orchestra (il linguaggio della musica, i suoi simboli, la sua particolare codificazione); altri sono di natura impalpabile e hanno a che fare con la capacità di convincere un gruppo di persone, prima ancora che i musicisti, di riconoscere il valore di quella meta e di concorrere, con adesione, se non con entusiasmo, al suo raggiungimento. Va da sé che questo secondo gruppo di abilità afferiscono alla sfera immateriale della personalità del direttore e hanno a che fare con quello che difficilmente riusciamo a definire senza ricorrere a tecniche del campo psicologico e comportamentale, soprattutto della cosiddetta psicologia dei gruppi. È evidente che quanto più il direttore è convincente, autorevole, efficace, seduttivo dal punto di vista artistico-musicale, quanto più riuscirà ad essere riconosciuto come leader e quindi a trasformare un gruppo di 60, 80 e anche più musicisti a seguirlo, suonando come un solo corpo e una sola anima. Stiamo parlando di carisma e quindi, in qualche misura, di energia emanata e percepita. In effetti è abbastanza intuitivo riconoscere, nell’impatto di energia trasmessa e impressa dal direttore nel momento dell’esecuzione, il plus valore del suo lavoro e del suo ruolo. Energia che può manifestarsi nel momento della performance, davanti al pubblico, in misura direttamente proporzionale all’efficacia del lavoro fatto durante le prove con il gruppo di musicisti.

In un concerto di musica sinfonica ci sono tre poli che interagiscono: l’orchestra, il direttore d’orchestra, il pubblico. Ci immaginiamo un flusso di energia che va dall’orchestra, passa per il direttore e arriva al pubblico. Il flusso è continuo, ma non ha un senso unico. Spesso ho sentito artisti di teatro o musicisti valutare il “clima” della sala come un fattore che concorre alla qualità del risultato dello spettacolo o del concerto. Come funziona il flusso di energia fra i tre poli per un risultato di qualità alta?

È molto corretto, e anche opportuno, sottolineare l’importanza dei tre poli che interagiscono nel momento dell’esecuzione di musica dal vivo. Il significato di interazione tra performer e pubblico è stato oggetto di analisi e di approfondimenti di natura teorica soprattutto nell’ambito teatrale. Eminenti figure del teatro novecentesco sono arrivate a teorizzare l’essenza del teatro nella compresenza nei medesimi spazio e luogo dell’attore e dello spettatore, lasciando intendere che gran parte del valore dell’esperienza teatrale risiede proprio nello “scambio di esperienza” tra chi calca il palcoscenico e chi lo osserva. La stessa cosa si può dire della performance musicale, che naturalmente trova la sua massima manifestazione nel momento in cui è condivisa tra chi esegue la musica e le dà vita (prima dell’esecuzione la musica come espressione d’arte semplicemente non esiste, essendo limitata a un codice scritto) e chi fruisce dell’esecuzione nel momento stesso in cui essa avviene.
Il terzo polo, quello del pubblico, entra in gioco in misura estremamente significativa. Anche la qualità dell’ascolto (a partire da quella del silenzio rispetto all’ascolto: vi sono diversi tipi di silenzio, da quello distratto a quello annoiato a quello concentrato e quasi ipnotico) interviene a determinare il circolo di energia scambiata tra il palco e la sala. È un fatto riconosciuto, ancorché in parte ancora misterioso, che i musicisti, come del resto gli attori, si rendono perfettamente conto della qualità dell’ascolto e del tipo di pubblico presente in sala. Non mi riferisco alla competenza di questo, ma soprattutto all’apertura e alla disponibilità all’ascolto. Ancor più sorprendente è il riscontro di quanto riconoscono l’esito stesso della performance condizionato -almeno in parte- dalla qualità dell’ascolto. Ciò significa che il silenzio dell’ascolto ha una sua specifica energia, antitetica o antipolare rispetto a quella generata dall’esecuzione. Va da sé che tale energia si riflette poi in misura sensibile e “registrabile” nella intensità e nella qualità degli applausi finali.

Quanto incide l’energia del direttore d’orchestra nel risultato del concerto in termini di qualità interpretativa, esecutiva ed emotiva?

L’energia del direttore d’orchestra incide in misura evidentissima sul risultato del concerto, se è vero quanto abbiamo detto fin qui. È un fatto che ha una sua evidenza empirica, testimoniato da numerose history case. Ne citerei soltanto uno, che si riferisce ad Arturo Toscanini. Nell’ottobre del 1933 il grande maestro diresse il suo primo concerto con i Wiener Philarmoniker e in programma c’era anche la settima di Beethoven, sinfonia che i musicisti viennesi conoscevano naturalmente a menadito e che avevano eseguito infinite volte. La testimonianza del primo fagotto del tempo, Hugo Burghauser, è emblematica di tutto ciò che abbiamo fin qui detto: “Con Toscanini l’orchestra ha toccato il punto culminante dell’esperienza di ogni musicista. E non solo perché era superiore agli altri direttori, ma perché ci rese superiori a noi stessi e questo fu il fenomeno inspiegabile. Accade che la vecchia settima di Beethoven, che avremmo potuto suonare a occhi chiusi, ci apparve appena creata.
Ecco qui. Il rapporto fra energia e direttore d’orchestra è veramente “inspiegabile”, ma potremmo sintetizzarlo nella misteriosa e quasi “magica” capacità di creare o ricreare ogni volta da zero capolavori che non avremmo mai immaginato di ascoltare come fosse la prima volta. E questo è qualcosa che ha a che fare con l’energia creativa con cui deve fare i conti tutto ciò che vivo.
In fondo, un atto d’amore.