L’energia del cibo per il corpo e l’anima: la monaca-chef Jeong Kwan

L’energia del cibo per il corpo e l’anima: la monaca-chef Jeong Kwan

Nella società attuale siamo indotti ad associare il termine “energia” a qualcosa di veloce, scattante, in movimento, e non consideriamo il suo aspetto quieto, più disteso, rilassato, ma non meno vitale: quello dell’energia interiore. Raccontiamo qui una storia che parla di energie sottili che si muovono con dinamiche profonde dentro di noi. Quella di Jeong Kwan, monaca sudcoreana è una figura straordinaria, considerata tra i migliori chef vegetariani e zen del mondo.La sua storia profuma di terre lontane, d’incenso ed erbe aromatiche, e infonde in chiunque ne faccia tesoro il benessere di un’energia interiore pulita e spirituale. La sua è una incredibile ed emozionante storia di energia.

 

La vita nel tempio, in armonia con gli elementi

Per giungere al tempio ci vogliono circa tre ore di auto, partendo da Seul, ma il luogo e l’energia vitale che pervadono l’ospite al suo arrivo valgono ogni minuto passato in viaggio. Nel tempio buddista dove Jeong Kwan vive e pratica, camminare, pregare e mangiare fanno parte di un complesso sistema rituale di gratitudine e riconoscimento alla vita e alla terra, motivo per cui nessuno di questi tre elementi deve essere lasciato in secondo piano. È stata Jeong Kwan stessa, ora sessantenne, a scegliere questo tipo di vita quando era solo un’adolescente, lasciando la casa del padre per dedicarsi con consapevolezza, anima e corpo, alla vita monastica. Mangiare nel tempio buddista – come insegna la stessa monaca-chef – non è né mero sostentamento né gola, ma un modo per vivere in armonia e pacifica esistenza con gli altri esseri viventi, con la natura e con i frutti che questa mette a disposizione ogni giorno. Per questo motivo, Jeong Kwan – che rifiuta l’appellativo di “chef” preferendo invece quello di “monaca che cucina con lo spirito della madre” – adotta una cucina vegana basata sull’esclusivo utilizzo di cibo sano e naturale. Erbe, ortaggi, fiori, bacche, radici e frutta che tutte le monache contribuiscono a raccogliere nel rigoglioso giardino del tempio, dove tutto cresce spontaneo in una lussureggiante vegetazione. La carne e le cosiddette oshinchae – aglio, cipolla, erba cipollina, cipollotti e porri – vengono evitate in quanto potrebbero turbare l’animo e disturbare la concentrazione durante la pratica buddista della meditazione.

Il valore del cibo per i monaci buddisti

Barugongyang: il pasto come rito

Al tempio, il pasto è considerato un momento di meditazione e di rinvigorimento dell’energia interiore tramite il cibo. Per questo è considerato un vero e proprio rito e in quanto tale viene consumato in tempi assai dilatati. Il Barugongyang – la pratica della cucina del tempio – assume il suo particolare nome dalla combinazione del termine baru, le ciotole di legno utilizzate per mangiare, e gongyang, la gioia della condivisione. Le baru sono in tutto quattro a testa, a simboleggiare i quattro elementi della natura. Da queste ogni monaco/a è tenuto/a a prendere solo il necessario per nutrirsi. Si ringrazia il cibo con un canto tradizionale accompagnato dal suono emesso da due canne di bambù. Cucinare, mangiare e meditare veicolano gioia ed energia – spiega Jeong Kwan – ecco perché “il mio rapporto con gli ingredienti si basa sull’istinto, quando ne vedo uno non ho bisogno di ragionare su come trattarlo. È tutto molto naturale e attiva la mia energia personale. Proprio come quando prego e medito”.

 

Il rispetto del cibo e dell’ingrediente

Resa celebre da una puntata della serie Netflix Chef’s Table, Jeong Kwan pone l’accento sia sull'energia che cucinare, mangiare e meditare infondono in lei, sia sulla conseguente necessità di rispettare il cibo e l’ingrediente, senza i quali la pratica perderebbe di significato. “Penso che se ognuno di noi sviluppasse maggiore rispetto per il cibo e più consapevolezza sul quel che significa cucinare questo o quell’ingrediente, il mondo intero potrebbe giovarne. Il mio intento è sensibilizzare più individui possibile in modo che la natura ottenga il rispetto che merita”. Oltre al tema dell’impatto dell’alimentazione sull’ambiente, anche quello dello spreco è posto in primo piano e condannato come pratica immorale e dannosa. Per evitarlo, al tempio nascono le pratiche della fermentazione e dell’essiccazione, che permettono al cibo non solo di conservarsi più a lungo, ma anche di assumere un sapore più gustoso.