L’Italia delle bioplastiche

L’Italia delle bioplastiche

In Italia c’è un comparto industriale altamente innovativo che cresce nel segno della sostenibilità e dell’economia circolare. È la filiera della bioplastica biodegradabile e compostabile, un’eccellenza contro l’inquinamento da plastica riconosciuta ormai anche a livello europeo. Sono già 240 le aziende dello Stivale che ne fanno parte. Si tratta di imprese giovani che coniugano riciclo e rigenerazione dei rifiuti in nuova materia. E che producono oggetti di uso quotidiano come contenitori per cibi, pellicole per il confezionamento e – soprattutto – shopper per la spesa, il cui utilizzo aumenta costantemente da quando è in vigore il divieto di commercializzazione di sacchetti non riutilizzabili (legge 123/2017).

Cosa intendiamo per bioplastica biodegradabile e compostabile?

Una plastica prodotta senza utilizzare il petrolio. Ci sono però alcune distinzioni da fare. Innanzitutto fra bioplastiche bio-based, cioè ottenute parzialmente o interamente da biomasse come amido o cellulosa, e bioplastiche derivanti da fonti fossili. Il fatto che una bioplastica sia o meno ottenuta da biomasse non è indice della sua biodegradabilità, ovvero della capacità dei materiali organici di essere degradati in sostanze naturali come acqua, anidride carbonica e compost mediante l’attività enzimatica di microorganismi disponibili nell’ambiente. Tutti i materiali utilizzati per le bioplastiche sono biodegradabili, ma per convenzione solo quelli che si degradano in un periodo di tempo relativamente breve (di solito compreso da qualche settimana a due-tre mesi) vengono considerati tali. Esistono quindi:

1. bioplastiche bio-based e non biodegradabili (bio-PE, bio-PP e bio-PET)

2. bioplastiche sia bio-based che biodegradabili (PLA, PHA e PBS)

3. bioplastiche che si basano su risorse fossili ma sono biodegradabili (PBAT)

La bioplastica generata con la CO2   

Fra le 240 aziende italiane che fanno parte di questa filiera, c’è chi sta cercando di produrre plastica biodegradabile al 100% utilizzando come materia prima la CO2. È Lux-On, una nuova realtà bolognese nata dall’alleanza tra Bio-on e Gruppo Hera, impegnata nel contribuire all’affermazione del modello di economia circolare. L’azienda sta sviluppando una innovativa tecnologia che utilizza l’anidride carbonica rilasciata nell’atmosfera per generare una classe di biopolimeri chiamati PHAs, prodotti in natura da una fermentazione batterica di zucchero.

L’impianto assorbe CO2 e non ne immette in atmosfera. L’energia impiegata per il suo funzionamento viene infatti esclusivamente da pannelli fotovoltaici. E quella in eccesso è stoccata sotto forma di idrogeno, garantendo la gestione dell’impianto nell’intero arco delle 24 ore.