La difficoltà e l'energia necessaria nel girare un film in un unico piano sequenza

La difficoltà e l'energia necessaria nel girare un film in un unico piano sequenza

Thomas Alva Edison, l’uomo che illuminò il mondo con le sue invenzioni (dalla lampada elettrica a incandescenza al sistema di distribuzione dell’energia elettrica, al kinetoscopio, precursore del proiettore cinematografico), fu tra i primi ad intuire che il cinema era come una stanza buia in cui agiva la luce. La luce è, del resto, un elemento indispensabile per il cinema: delinea lo spazio, gli oggetti, i corpi, crea le atmosfere, e rende viva la narrazione, fissando le immagini sullo schermo. Immagini dentro le quali scorre il tempo, energie vitali e dinamiche che abitano un livello di realtà altro. In fondo, un film è una grande opera, resa tale dall’energia investita da chi è davanti e da chi è dietro la macchina da presa. A proposito dell’energia che si fa cinema, come non pensare a uno degli strumenti di personalizzazione stilistica più complessi nell’enunciazione filmica, ossia il piano sequenza? Studiato, discusso, (re)interpretato dagli artisti più autorevoli della storia del cinema di ieri e di oggi. Una cosa è certa: quando c’è un piano sequenza ben realizzato in un film, non si parla d’altro.

Cos'è il piano sequenza

L’espressione plan-séquence è nata in Francia tra il 1949 e il 1950, dal critico cinematografico francese André Bazin, mentre lavorava al suo volume su Orson Welles, cercando di elaborare lo stile e il linguaggio del grande regista, autore di quello che è considerato uno dei migliori film della storia del cinema, Citizen Kane. In questa opera grandiosa, in un’unica inquadratura dalla potente energia simbolica viene raccontato un episodio drammatico tra luci ed ombre, il tentato suicidio della moglie del protagonista. E uno dei piani sequenza più famosi e complessi della storia del cinema, appare anche all’inizio di un altro film del geniale regista, L'infernale Quinlan.
Per André Bazin, la tecnica del piano sequenza era adatta, insieme alla profondità di campo e al long take, a riprodurre la realtà, senza gli artifici tipici del montaggio nel cinema classico. Teorie che gli autori francesi della Nouvelle Vague fecero propri, pensiamo a Jean-Luc Godard nel film Week-end, un uomo e una donna dal sabato alla domenica dove si utilizza un piano sequenza della durata di circa 10 minuti che riprende una lunga coda in una strada di campagna. Anche il regista François Truffaut utilizzò spesso questa tecnica nei suoi film per conservare una corrispondenza anche stilistica tra l’immagine filmica e lo scorrere della vita.

Tutta l’energia di un piano sequenza in un intero film

Nel 1948, Alfred Hitchcock girò Nodo alla gola con 10 piani sequenza, anche se il suo sogno sarebbe stato quello di realizzare l’intero film con questa tecnica cinematografica. Eppure, la tecnologia di allora non lo permetteva. Così il formidabile Hitch inventò una serie di escamotage per far sembrare tutto il film come girato in un'unica inquadratura: chiudendo e iniziando, a ogni cambio di bobina, su un campo scuro (una giacca, una cassapanca…). Una soluzione brillante per una sfida praticamente impossibile. Negli anni 2000, una delle invenzioni cinematografiche di più intensa magia, il piano sequenza, torna in azione a battere il record del maestro del brivido, con un intero film girato in digitale tutto in un unico piano sequenza. Parliamo dell’Arca Russa (2002) di Aleksandr Sokurov. Un’opera titanica, il primo film ripreso in 99 minuti di girato senza stacchi. Una moltitudine di attori e un solo giorno di riprese al palazzo dell’Ermitage di San Pietroburgo per raccontare una parte significativa della storia russa.
Tra le altre imprese “impossibili”, Victoria (2015) di Sebastian Schipper. Centotrentotto minuti, telecamera in spalla per tutta Berlino, senza mai staccare. Una prova di energia e sforzo (anche fisico!) per l’operatore che merita tutti i credits finali. Un mix di commedia, dramma, sentimento e azione in un unico piano sequenza e in uno spazio temporale molto ristretto, dove finzione e realtà si fondono continuamente. A proposito di virtuosismi e sperimentazioni, e di energia che si fa cinema generando nuove idee ed emozioni, vale la pena citare Lost in London (2017) di Woody Harrelson. Un film che prende spunto dalla notte movimentata e realmente vissuta del regista e attore. 100 minuti di piano sequenza in cui lui, Owen Wilson e Willie Nelson interpretano sé stessi. Il film è stato addirittura trasmesso nei cinema in diretta, mentre veniva girato